Riziero Di Pietro, libero professionista, Consulente e formatore in discipline di Marketing, Comunicazione, Pubblicità. Il seguente Blog è una pagina di considerazioni personali, riflessioni su vari argomenti, oltrechè approfondimenti specifici. Nel Novembre del 2007, a Campobasso ho inaugurato il primo studio professionale, presente in Molise, qualificato a svolgere consulenza in discipline di Comunicazione d'Impresa,Istituzionale e Sociale.
giovedì 28 aprile 2016
INTERNET ITALIA!
Il 30 Aprile 1986, esattamente trenta anni fa, grazie a Stefano Trumpy, allora direttore del Cnuce, il Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico, creato dal Cnr nel 1965. Luciano Lenzini, allora responsabile dei calcolatori e delle reti, e Antonio Blasco Bonito, l’uomo del software, il nostro Paese viene collegato per la prima volta a Internet.
Più precisamente tra Pisa e Roaring Creek in Pennsylvania grazie ai satelliti di Telespazio in Abruzzo.
L’anniversario dei trentanni, ricorre il 30 aprile 2016, anzi domani 29 aprile 2016, dal mattino fino a mezzanotte. Un giorno di festa, di riflessione sociale, a mio avviso, per tutti quelli che amano Internet e che credono che questa sia la strada giusta per il futuro del nostro Paese.
Non è stato un caso, il collegamento, ma piuttosto il frutto della visione di questi pionieri italiani, che convinsero gli americani Vint Cerf e Bob Kahn a sperimentare l’allaccio a una rete, che allora era davvero di frontiera (approfondimenti su “chefuturo.it” storia di internet).
L’Italia, così, fu il quarto paese europeo a collegarsi alla rete delle reti. Abbiamo avuto Internet prima della Germania, della Francia e della Spagna, per dire... A trent’anni di distanza tutti e tre, i pionieri, ricordano quel momento con una certezza comune: "Non avevamo capito l’importanza di quello che stavamo facendo, di quanto Internet avrebbe poi cambiato il mondo" (corriere.it, 27/04/2016, F.Cella -Internet arriva in Italia: i pionieri, la storia-)
E’ doveroso oggi celebrare questo anniversario, riflettendo non tanto su dove siamo arrivati, ma in che direzione ci stiamo muovendo.
Ricordiamoci che la prima rivoluzione INDUSTRIALE ha interessato prevalentemente il settore tessile e metallurgico, con l'introduzione della spoletta volante e della macchina a vapore.
Che la seconda rivoluzione INDUSTRIALE, convenzionalmente fatta partire dal 1870, ha interessato l'elettricità, i prodotti chimici e il petrolio.
Che l'introduzione massiccia dell'elettronica, delle telecomunicazioni e dell'informatica nell'INDUSTRIA, ha dato avvio, a partire dal 1970 a questa terza rivoluzione industriale.
Mi domando, quale sarà, e se ci sarà una quarta rivoluzione INDUSTRIALE?
Badate bene, parlo di rivoluzione industriale non digitale.
Mi riferisco al mezzo non allo strumento.
In quanto non si tratta di un evento tecnologico che fa discutere il mondo della ricerca, dell’industria, come avvenuto nelle precedenti rivoluzioni.
Trattasi di un fenomeno digitale, da tenere bene a mente per il futuro, in quanto sta guidando –non sappiamo se in meglio o in peggio-la trasformazione della società in tutte le sue forme.
Il rapporto tra le persone, la comunicazione tra lo Stato e i cittadini, e soprattutto le trasformazioni nel mondo del lavoro.
Con l’avvento della digitalizzazione, effetto di questa terza rivoluzione industriale, si stanno verificando importanti mutamenti sociali, economici e politici.
Gran parte degli accessi all'informazione, avviati con la nascita del linguaggio binario, continuano a mutare profondamente il concetto di comunicazione.
In che modo l’effetto digitale, questo “strano” strumento, porterà ad una ipotetica Quarta Rivoluzione INDUSTRIALE?
Forse, per la risposta occorre attendere che il World Wide Web dello scienziato Tim Berners-Lee concluda la sua ragnatela attorno al mondo.
Nel frattempo Buon Anniversario Internet-Italia!
Riziero Di Pietro
Info Preventivi consulenza Marketing & Comunicazione a breve, medio e lungo termine
contatta:
STUDIO START COMUNICAZIONI
Dr.Mag. Riziero Di Pietro
Campobasso,Via F.Ciccaglione 18/A
( a pochi metri dal Consiglio Regionale)
Tel. e Fax 0874 97.99.22
mobile 338 74.46.648
info@studiostartcomunicazioni.it
L’anniversario dei trentanni, ricorre il 30 aprile 2016, anzi domani 29 aprile 2016, dal mattino fino a mezzanotte. Un giorno di festa, di riflessione sociale, a mio avviso, per tutti quelli che amano Internet e che credono che questa sia la strada giusta per il futuro del nostro Paese.
Non è stato un caso, il collegamento, ma piuttosto il frutto della visione di questi pionieri italiani, che convinsero gli americani Vint Cerf e Bob Kahn a sperimentare l’allaccio a una rete, che allora era davvero di frontiera (approfondimenti su “chefuturo.it” storia di internet).
L’Italia, così, fu il quarto paese europeo a collegarsi alla rete delle reti. Abbiamo avuto Internet prima della Germania, della Francia e della Spagna, per dire... A trent’anni di distanza tutti e tre, i pionieri, ricordano quel momento con una certezza comune: "Non avevamo capito l’importanza di quello che stavamo facendo, di quanto Internet avrebbe poi cambiato il mondo" (corriere.it, 27/04/2016, F.Cella -Internet arriva in Italia: i pionieri, la storia-)
E’ doveroso oggi celebrare questo anniversario, riflettendo non tanto su dove siamo arrivati, ma in che direzione ci stiamo muovendo.
Ricordiamoci che la prima rivoluzione INDUSTRIALE ha interessato prevalentemente il settore tessile e metallurgico, con l'introduzione della spoletta volante e della macchina a vapore.
Che la seconda rivoluzione INDUSTRIALE, convenzionalmente fatta partire dal 1870, ha interessato l'elettricità, i prodotti chimici e il petrolio.
Che l'introduzione massiccia dell'elettronica, delle telecomunicazioni e dell'informatica nell'INDUSTRIA, ha dato avvio, a partire dal 1970 a questa terza rivoluzione industriale.
Mi domando, quale sarà, e se ci sarà una quarta rivoluzione INDUSTRIALE?
Badate bene, parlo di rivoluzione industriale non digitale.
Mi riferisco al mezzo non allo strumento.
In quanto non si tratta di un evento tecnologico che fa discutere il mondo della ricerca, dell’industria, come avvenuto nelle precedenti rivoluzioni.
Trattasi di un fenomeno digitale, da tenere bene a mente per il futuro, in quanto sta guidando –non sappiamo se in meglio o in peggio-la trasformazione della società in tutte le sue forme.
Il rapporto tra le persone, la comunicazione tra lo Stato e i cittadini, e soprattutto le trasformazioni nel mondo del lavoro.
Con l’avvento della digitalizzazione, effetto di questa terza rivoluzione industriale, si stanno verificando importanti mutamenti sociali, economici e politici.
Gran parte degli accessi all'informazione, avviati con la nascita del linguaggio binario, continuano a mutare profondamente il concetto di comunicazione.
In che modo l’effetto digitale, questo “strano” strumento, porterà ad una ipotetica Quarta Rivoluzione INDUSTRIALE?
Forse, per la risposta occorre attendere che il World Wide Web dello scienziato Tim Berners-Lee concluda la sua ragnatela attorno al mondo.
Nel frattempo Buon Anniversario Internet-Italia!
Riziero Di Pietro
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martedì 8 marzo 2016
108 anni DONNA
Titolo: 108 anni Donna.
La condizione della donna, dopo 108 anni, è tema valido ancor oggi. Probabilmente, in misura meno intensa in Occidente. E in Oriente?
by STUDIO START COMUNICAZIONI (Marzo 2016)
venerdì 4 marzo 2011
SCRITTURA GIORNALISTICA
SINTESI, ANALISI E STRUTTURA:
L'ORDA -QUANDO GLI ALBANESI ERAVAMO NOI- (di Gian Antonio Stella)
APPROFONDIMENTO a cura di Riziero Di Pietro
SINTESI
Notizie sull’autore:
Gian Antonio Stella è nato 49 anni fa a Vicenza.
È editorialista e inviato di politica economica e costume al Corriere della Sera, giornale in cui è praticamente cresciuto.
Vincitore di diversi premi giornalistici (dall”E’”assegnato da Montanelli, Biagi e Bocca al “Barbini”, dall’”Ischia” al “Saint Vincent” per la saggistica) ha scritto vari libri. Tra i più noti Schei, un reportage sul mitico Nordest, lo spreco, un ‘inchiesta su come l’Italia ha buttato via almeno due milioni di miliardi di vecchie lire,
Dio Po/gli uomini che fecero la Padania,un velenoso pamphlet sulla lega,
Tribù uno spassoso e spietato ritratto della classe politica di destra salita al potere nel 2001 e infine L’orda.Quando gli albanesi eravamo noi.
Lucida analisi sull’emigrazione di ieri e di oggi,dedicato al nonno Toni “Cajo”, “che oggi per pane e disprezzo in Prussia e in un Ungheria sarebbe schifato dagli smemorati che sputano su quelli come lui.”
Interminabili e massacranti marce, freddo pungente e volti tirati tra le montagne di frontiera.
Ansie, preoccupazioni esasperate in un barcone impegnato in pericolose manovre su coste impervie a notte fonda.
Impotenti donne vendute come prostitute per poche lire, bambini esili e non voluti sfruttati in fabbriche e nel mercato della pedofilia… Chi sono i protagonisti di questo triste quadro dipinto da Gian Antonio Stella? Slavi? Curdi? Marocchini? No, siamo noi.
Noi Italiani che, com’è descritto nel libro: “L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi”, emigravamo a centinaia di migliaia verso il nord Europa o l’America.
Noi alla seria e disperata ricerca di fare fortuna per sistemare casa in un pomeriggio, per far funzionare tutto come negli orologi. Eravamo noi.. ce ne siamo forse dimenticati?
Molto meno di cent’anni fa, tutte le peggiori ingiurie e quella diffidenza oggi destinata agli extracomunitari, toccavano a noi, italiani con valigia di cartone sparsi per l’ Europa, Stati Uniti, America del Sud, Australia. Accadeva ai nostri nonni che come “albanesi”venivano discriminati perché appartenenti a un popolo considerato infido, sporco e incline a delinquenza: il popolo italiano, figlio della lupa, portavoce del Bel Paese dove sono nati Dante, Petrarca, Michelangelo e chi più né ha più né metta.
L’orda, gente che si avventura, massa caotica di cavallette o barbari, pronta a portare scompiglio in una nazione che non gradisce lo straniero, la criminalità e gli sporchi affari che abbracciano culture diverse.
Con molta onestà, Stella ammette che non sempre gli stereotipi negativi sugli italiani erano infondati: davvero eravamo poveramente abituati a vivere, anche nei paesi ospitanti, in condizioni igieniche precarie. Il tasso di alfabetismo dei nostri emigranti era fra i più alti in Europa.
E alla miseria materiale seguiva sovente quella morale, con il ricorso, dettato talvolta dalla necessità di sopravvivere, ad espedienti e stratagemmi riprovevoli.
Gli italiani alimentavano il mercato della prostituzione (tristemente famosa la “tratta delle bianche” e purtroppo anche il traffico di bambini destinati alle voglie di squallidi uomini), erano dediti a truffe, furti , rapine, commercio della droga e ad altre lucrose attività criminali,come la vendita sempre dei nostri bambini destinati allo sfruttamento del lavoro minorile nelle vetrerie francesi o di Pittsburg. Nell’industria tessile di San Paolo del Brasile, nell’edilizia svizzera. Oppure impiegati come musicanti , spazzacamini in Olanda o strilloni in Argentina. Sottoposti, in ogni dove, ad un’esistenza miserevole.
La mafia e la camorra, purtroppo, in America le abbiamo esportate noi. E persino tra i padri più prossimi del terrorismo contemporaneo figurano gli italiani: i nostri anarchici, spesso imbevuti apparentemente di alti e nobili ideali, come ad esempio Mario Buda (Mike Boda) che il 16 Settembre 1920 fece saltare per aria Wall Street fermando il respiro di New York ottant’anni prima di Osama Bin laden.
Scrive Stella: “ Una storia carica di verità e di bugie. In cui non sempre puoi dire chi avesse ragione e chi torto. Eravamo sporchi? Certo, ma furono infami molti ritratti dipinti su di noi. Era vergognoso accusarci di essere tutti mafiosi? Certo, ma non possiamo negare d’avere importato noi negli States la mafia e la camorra. La verità è fatta di più facce. Sfumature. Ambiguità(…)
…Noi abbiamo vissuto l’esperienza prima, loro dopo. Punto.”
Le persone che emigrano in un paese straniero sono di frequente, oggetto di stereotipi che li rendono vittime degli autoctoni e impediscono loro di condurre un’esistenza normale.
Spesso i pregiudizi sono talmente forti da determinare vere e proprie persecuzioni, che possono arrivare a linciaggi, assassini e altre sanguinarie e repellenti brutalità.
E’ quanto ci racconta Gian Antonio Stella nel suo libro,ricco di fatti, personaggi, aneddoti, storie ignote o sconvolgenti, frutto della paziente consultazione di documenti, cronache, sull’emigrazione italiana in tutto il mondo mettendo in luce maltrattamenti, violenze, esclusioni, insulti sofferenze fatte e subite.
Ricordandoci di quello che fummo e delle ingiustizie e persecuzioni patite, Gian Antonio Stella ci richiama nel suo libro a una maggiore tolleranza e indulgenza verso i cittadini o stranieri, che vengono in Italia a cercare fortuna. Tuttavia rimarcando che :
“ Detto questo, per carità: alla gente dal buonismo, dall’apertura totale delle frontiere, dall’esaltazione scriteriata del melting pot, dal rispetto politicamente corretto ma a volte suicida di tutte le culture(…) Certo, un paese è di chi lo abita, lo ha costruito, lo ha modellato su misura della sua storia, dei suoi costumi, delle sue convinzioni politiche e religiose.Di più:ogni popolo ha il diritto, in linea di principio ed entro certi limiti, di essere padrone in casa propria. E dunque di decidere, per mantenere l’equilibrio a suo parere corretto, se far entrare nuovi ospiti e quanti . Di più ancora:in nome di questo equilibrio e di valori condivisi (la democrazia, il rispetto della donna, la laicità dello stato, l’uguaglianza di tutti gli uomini..) può arrivare perfino a decidere una politica delle quote che privilegi (laicamente) questa o quella componente. In un mondo di diffusa illegalità come il nostro, possono essere invocate anche le impronte digitali, i registri degli arrivi, la sorveglianza assidua delle minoranze a rischio,l’espulsione dei delinquenti,la manopesante con chi sbaglia. La xenofobia, però è un’altra cosa.” .
La scelta fatta da Stella è stata ispirata dall’ obiettività di raccontare a noi stessi, in questi anni di confronto con le “orde” di immigrati in Italia e di montante xenofobia, che quando eravamo noi gli immigrati degli altri, eravamo “diversi”. Eravamo più amati. Eravamo “migliori”.
Non è esattamente così.
ANALISI
I libri di Stella, per certi aspetti sono intellettualmente poveri. In compenso sono efficaci.
Il sottotitolo :”Quando gli albanesi eravamo noi” riassume tutto il pensiero dell’autore.
Egli cerca di smontare i luoghi comuni preferiti dai razzisti italiani mostrando loro come fossero stati impiegati gli stessi termini agli italiani del ‘900 da argentini, francesi, svizzeri, australiani e americani.
Una parte del libro dedica attenzione ai leghisti di cui l’autore riporta dichiarazione fatte dai rappresentanti di questo micro partito. Molte delle testimonianze e stereotipi razziali sono dirette agli italiani del sud, cosa che ad un leghista starebbe benissimo, ma Stella prova particolare gusto a far notare quando le vittime di calunnie , discriminazione e linciaggi dell’epoca erano dirette a friulani, veneti e piemontesi. Questa tirata polemica di Stella è una lettura eccitante in un certo senso perché è quel genere di libro da regalare ad un amico o parente che polemizza sempre sugli immigrati e dice che gli italiani che andavano all’estero facevano fare bella figura perché avevano il permesso e lavoravano.
A mio avviso è un libro straordinario perché fa realmente capire come sono andate le cose durante l’emigrazione italiana. Molti giovani non sanno proprio niente sull’emigrazione in generale , soprattutto su quella italiana. Forse con l’aiuto di questo libro capiranno e si renderanno conto della sofferenza e del disprezzo che i nostri nonni e parenti subirono. Sarebbe indispensabile che tutti lo leggessero per capire almeno le cause che spingono gli stranieri a rubare e delinquere, e come si formano facilmente gli stereotipi e i pregiudizi nei loro confronti. L’orda è diverso dai libri precedentemente scritti da Stella e per questo un po’ difficile da apprezzare inizialmente.
Fa riflettere il fatto che le cose di cui vengono accusati oggi gli stranieri in Italia sono esattamente le stesse di cui venivano accusati gli italiani qualche anno fa. Stella aiuta a comprendere meglio la nostra società e la nostra storia. Leggo ad esempio di un tale amalfitano, Giovanni Torrio, che “non fumava e non beveva, non tirava tardi al night perché preferiva starsene a casa tranquillo a canticchiare le arie di Giuseppe Verdi “ e che in compenso ideava la rete mafiosa che avvolse Chicago. A leggere certi giudizi riportati sui giornali del secolo scorso come New York Times, potrebbero sembrare esempi nostrani contro gli extracomunitari di oggi. “Di regola gli italiani non sono ladri o rapinatori :sono accoltellatori o assassini , brutta gente”, così dicevano di noi allora.
E poi ancora “…La feccia del pianeta, questo eravamo. Meglio:così eravamo visti. Non potevamo mandare i figli alle scuole dei bianchi in Louisiana. Ci era vietato l’accesso alle sale d’aspetto di terza classe alla stazione di Basilea. Venivamo martellati da campagne di stampa indecenti contro questa maledetta razza di assassini. Cercavamo casa schiacciati dalla fama d’essere sporchi come maiali. Dovevamo tenere nascosti i bambini come Anna Frank perché non ci era permesso portarceli dietro. Eravamo emarginati dai preti dei paesi d’adozione come cattolici primitivi e un po’ pagani. Ci appendevano alle forche nei pubblici linciaggi perché eravamo tutti siciliani..”
Di tutta la storia della nostra emigrazione abbiamo tenuto solo qualche pezzo. I successi di manager alla Lee Jacocca, di politici alla Mario Cuomo,di uno stuolo di attori da Rodolfo Valentino a Robert de Niro, da Ann Bancroft (all’ anagrafe Anna Maria) a Leonardo Di Caprio. Abbiamo velocemente seppellito il lato più oscuro della nostra situazione di emigranti, dei torti subiti e fatti nei paesi ospitanti. L’obiettivo di Stella è quello di far riflettere comunque con la parola xenofobia, sentimento di avversione per lo straniero e per ciò che è straniero, che si manifesta in atteggiamenti razzisti e azioni di insofferenza e ostilità verso le usanze, la cultura e gli abitanti stessi di altri paesi.
Alla luce di tutto questo resta vero il fatto che il giornalismo si svolge soprattutto per l’esperienza e la qualità che hanno un ruolo rilevante nella ricerca delle notizie (creatività, intraprendenza, tenacia e competitività. E’ possibile avanzare l’ipotesi che ciò dipenda dal fatto che il giornalista condivide con il sociologo il ruolo di descrivere il periodo societario oggetto di osservazione.
Gian Antonio Stella ha scritto il suo libro partendo innanzitutto dal concetto di dare notizie. Preoccupandosi di fornirle nel maggior numero possibile. Sviluppando dati, descrizioni e argomentazioni lasciando al lettore la facile conclusione interpretativa.
Riportando i fatti non come specchio delle condizioni sociali ma come la cronaca di un aspetto che si è imposto all’attenzione, presupponedo l’interesse del lettore, proiettato in narrazioni specifiche per essere meglio informato. Grazie ad un impasto tra storia , fotografie, racconti, articoli, L’orda di Stella è un documento attendibile e veritiero su come realmente sono andate le cose, chiudendo il tutto con una morale che non poteva essere altrimenti. In questo senso la funzione di informare si è fusa brillantemente con l’empatia dello scrittore che ha legato il lettore ha un filo sottile di solidarietà comune. Stella ha applicato alla lettera alcuni criteri fondamentali del giornalismo: quello della rappresentazione e della contrapposizione. Il primo agisce sugli avvenimenti facendoli diventare specchio della società in cui viviamo. Non si tratta solo di fornire informazioni ma di scattare una fotografia dei comportamenti sociali. Il secondo, la contrapposizione, è evidente nel momento in cui l’autore decide, di fronte a un avvenimento, di domandarsi se e quanto contrasti con un’ opinione convenzionale, uno stereotipo diffuso un modello consolidato. L’orda è cronaca e commento ,resoconto di fatti e giudizi sui fatti, è un’inchiesta sulla ricerca della verità che smaschera pregiudizi futili e soprattutto inutili per gente come noi: italiani.
L’autore non si è limitato a dire il chi, il quando, il che cosa, il come o il perché, bensì ha sondato l’inconoscibile, fondendo una scrittura oggettiva per cui i fatti sono stati riferiti direttamente e apertamente al lettore, con una scrittura soggettiva in cui fatti sono stati esposti anche attraverso e soprattutto un punto di vista interno agli stessi. Chiarezza, precisione , spettacolarità e suggestione sono stati gli ingredienti del successo di questo libro.
Gian Antonio Stella, giornalista di razza prestato alla “scrittura” per raccontare fatti all’ordine del giorno in una società come la nostra, dove troppo facilmente si dimenticano pezzi di vita scomoda. Parola d’ordine: comprensione.
1)Cos’è la scrittura giornalistica in rapporto alla scrittura quotidiana e alla scrittura letteraria.
Non esiste la scrittura giornalistica , esistono le scritture giornalistiche con varie tecniche.
Fondamento della scrittura giornalistica è il rapporto con il tempo e lo spazio all’interno di un obiettivo:la notizia.
Il giornalismo inglese e americano propone una distinzione formale tra due tipi di scrittura della notizia giornalistica: news e feature. Per news s’intende la cronaca, basata sostanzialmente sulle cinque W e semmai sulla H di how. Feature, invece , nella traduzione letterale significa caratteristica di una cosa, indica l’aspetto speciale di qualcosa.
Da questo significato originale deriva il termine giornalistico, nel senso che i feature articles o le feature stories, sono aspetti speciali della scrittura giornalistica, che si caratterizzano nella scrittura quotidiana che amplia i margini di discrezionalità dei giornalisti e di conseguenza estende l’ambito della notizia includendo vicende,questioni, fenomeni sociali ,aspetti della realtà che secondo la teoria classica (news) non dovrebbero farne parte. Il già sottile confine tra giornalismo e narrazione, tra notizia e racconto, diventa ancora più sottile pur non mettendo in discussione il principio dell’aderenza alla realtà, della fedeltà ai fatti: Le features non sono mai fiction e anche se a volte ripropongono di divertire il lettore, il loro scopo principale resta sempre quello di informare.
Il genere comunque, risponde all’esigenza di vivacizzare quotidianamente il giornalismo scritto, per reggere il confronto con la forza di suggestione del giornalismo televisivo.
Altro discorso vale per la scrittura letteraria che comunque è basata anch’essa sulle cinque W ma che in aggiunta ha lo scopo di portare il lettore su binari emozionali che prevedono l’ambiente in cui si svolge una vicenda, eventuale azione nella vicenda, crisi, risoluzione del problema nella vicenda.
Il tutto per potenziare un climax narrativo ben lontano dall’essere breve e immediatamente efficace.
2) Linguaggio parlato e scrittura giornalistica: elementi di identità
e differenza.
Nella scrittura giornalistica molta attenzione si deve fare nel saper scrivere, soprattutto nel gestire al meglio la punteggiatura. Lynne Truss, autrice di un best seller sul come si scrive e sulla giusta punteggiatura, che in Inghilterra ha venduto più di 700.000 copie, ha definito l’uso delle virgole come “ Il cane da guardia delle parole. Il pastore che ne prende un gruppo, le fa stare insieme, separandole da un altro gruppo.” E’ necessario nella scrittura giornalistica separare i caratteri, dando ritmo alle parole, senso alle frasi per far giungere chiaro il concetto e il significato della notizia. Inoltre è necessario nella scrittura giornalistica approfondire ulteriormente un’ argomento trattato anche dai notiziari televisivi, proprio per sopperire alla velocità informativa di cui godono i mass-media. Corretta gestione dello scrivere, approfondimento scrupoloso e peculiare sui fatti, costituiscono i principali elementi che differenziano la scrittura giornalistica dal linguaggio parlato, che a sua volta è caratterizzato da una corretta gestione della voce del conduttore (con relativo tono ed enfasi) e fonte principale per l’utente che vuole immediatamente attingere alla notizia.
Elementi di identità possono risiedere nel fatto che in entrambi vige il diritto ad informare , il diritto di cronaca e di rettifica, quindi il diritto dovere di non privare la libertà all’informazione da parte dei cittadini e di non ledere la loro persona se non per utilità sociale.
3)Sintesi e giudizio su un articolo di due quotidiani nazionali su un identico fatto di rilevante interesse. Raffronto delle diverse modalità di trattazione da parte dei due autori.
Ho scelto di analizzare gli articoli scritti da Pierluigi Battista (Corriere della Sera) e Andrea Bonanni (La Repubblica), pubblicati nei rispettivi quotidiani, il giorno ventotto gennaio 2005.
L’argomento trattato: il giorno della commozione universale del ricordo della Shoah ad Auschwitz.
Nell’articolo di Battista, aperto con una finestra in prima pagina dal titolo “il volto oscuro dell’Italia” che palesemente richiama un noto libro scritto per i tipi della Rizzoli da Tobia Jones, concernente i mali e i difetti del nostro Bel Paese, appare chiaro l’intento di polemizzare e richiamare l’attenzione del ricordo del passato per prevenire attuali pericoli che si stanno sviluppando in Italia in questi anni.
Esplicito fin dal titolo:”Le nuove insidie dell’antisemitismo” Pierluigi Battista denuncia sottigliezze all’apparenza non importanti, quali ad esempio il fatto che durante la cerimonia commemorativa del ventisette gennaio non sia stata mai pronunciata la parola ebreo nell’intervento del presidente Putin. Così come è destinata ad alimentare polemiche la comparazione istituita da Silvio Berlusconi tra il nazismo e il comunismo,”utile 364 giorni l’anno nell’affrontare un controverso nodo storiografico e culturale , ma palesemente fuori contesto proprio nel giorno della celebrazione di Auschwitz”.
La commemorazione dell’Olocausto doveva servire a scongiurare qualsiasi ritorno della follia antisemita. Ma i numeri esposti ieri (27 gennaio) da Renato Mannheimer sul Corriere raccontano una realtà inquietante e molto diversa da quella che si esprime nelle rappresentazioni celebrative. Quei numeri dichiarano che in Italia è aumentata, fra la gente la convinzione di una diversità culturale e di stile di vita degli ebrei italiani, e il desiderio di un loro abbandono del nostro Bel Paese. Numeri agghiaccianti che vanno letti e osservati con attenzione proprio nel giorno del ricordo , affinché tutto ciò che è stato non vada mai più ripetuto e soprattutto non si vadano alimentando probabili atteggiamenti antisemiti all’interno di una nazione come la nostra, culla di cultura e crescita sociale nel rispetto di tutti.
L’esempio principale dovrebbe essere dato dai nostri rappresentanti politici che anziché pensare a creare, in ogni dove, cornici di comizi elettorali, dovrebbero riflettere di più nell’analizzare messaggi antisemiti (sinagoghe bruciate, cimiteri ebraici profanati, etc.) campanelli d’allarme che potrebbero raffiorare sotto “abiti nobilitanti”.
L’articolo di Bonanni invece, nell’affrontare il medesimo problema, ha posto l’accento sulla memoria, che oramai ha distanza di sessanta anni si tema possa andare nel dimenticatoio.
La polemica riguardo gli interventi dei capi di stato , Putin e Berlusconi, è stata chiaramente condivisa anche dal giornalista della Repubblica che ha aggiunto responsabilità dell’Europa tutta scrivendo:” Il mondo sapeva ma rimase zitto, questo resterà come un marchio d’infamia sulla fronte dell’umanità”. Sottile vena polemica da parte del giornalista di Repubblica, ai riguardi degli organizzatori della cerimonia , i polacchi colpevoli di non aver allargato la cerchia degli invitati alla cerimonia. In ultimo Bonanni ha chiuso il pezzo ricordando, come Battista, la lezione che si doveva leggere da tale manifestazione: Di fronte alle sirene del treno di Auschwitz occore passare il testimone della memoria alle giovani generazioni e far sì che queste si rendano veramente conto che simili orrori non vadano mai più ripetuti.
Tecnicamente i due articoli si somigliano , ma si differenziano nella scaletta dei vari argomenti trattati. La cosa a mio avviso gratificante che in entrambe le testate giornalistiche è stato evidenziato il problema dell’antisemitismo che tutt’oggi angoscia la nostra società, tutt’ora afflitta da atteggiamenti xenofobi e intolleranze razziali.
4) Sintesi e giudizio con le stesse modalità del punto tre, su un identico fatto di cronaca , da un quotidiano nazionale ed uno locale ( o dalle pagine locali di un quotidiano nazionale)
Analisi attenta alle questioni delle celebrazioni dell’ingresso di soldati russi nel campo di Auschwitz nel lontano 1945, è stata fatta dalla giornalista Vittoria Todisco del Quotidiano del Molise.
A differenza di firme lustre nazionali, la Todisco convenendo con le tesi esposte (nel punto tre con Bonanni e Battista), ha approfondito l’argomento all’ordine del giorno da altre angolature. Ha spostato l’attenzione sulle motivazioni psicologiche e d’educazione sociale, rilevando il fatto che il senso della tolleranza di cui spesso difettiamo ha radici molto più lontane.
“Deriva da quel dovere all’obbedienza che ci è stato inculcato anche in famiglia, una forma di difesa egoistica indossata come una guaina protettiva, la stessa che ci rende indifferenti alle vicende degli ebrei, come degli zingari, dei testimoni di Geova e degli omosessuali.”
5) Analisi della costruzione e del contenuto di una prima pagina di un quotidiano nazionale di un giorno a scelta.
TESTATA: CORRIERE DELLA SERA di Venerdi 28 gennaio 2005: analisi della costruzione.
1)APERTURA: Il mondo ad Auschwitz: “Mai più” (collocato nella parte alta centrale sinistra della prima pagina.
2)L’ATTACCO: chiamato in inglese lead, in gergo si dice cappello.E’ la parte più difficile per chi scrive e la parte determinante per chi legge: “Sessant’anni dopo capi di stato e reduci,liberatori e figli degli assassini nel campo di sterminio”.
3)CATENACCIO:”Israele: il crimine più orrendo. Il Papa:non è lecito dimenticare.
Putin non cita gli ebrei Berlusconi equipara nazismo e comunismo. Dai Savoia la
condanna delle leggi razziali” E’ un secondo titolo, definito sottotitolo,usato per rafforzare le notizie più importanti.
4)EDITORIALE .”Senza canone e senza sport” articolo di solito non firmato,che esprime laposizione del giornale . si differenzia dall’articolo di fondo che esprime invece il parere di un singolo giornalista, sia pure autorevole. In questo caso l’editoriale come l’ARTICOLO DI FONDO è firmato, quindi si parla di FIRMA posta a sinistra della facciata del foglio, il secondo, invece a destra: “E Bush rilancia il partito comunista”
5)INSERZIONE :in basso a destra,messaggio pubblicitario a pagamento, identificabile come tale.
6)SPALLA: L’ntervista ad Andresti ”A Ruini dice l’astensione è un errore” articolo collocato in alto a destra, posizione di prestigio.
7)TAMBURINO: segnalazione di spettacolo teatrale o cinematografo, in questo caso manca. Poi infine abbiamo i TRAFILETTI che rimandano alle pagine interne.
Riziero Di Pietro
L'ORDA -QUANDO GLI ALBANESI ERAVAMO NOI- (di Gian Antonio Stella)
APPROFONDIMENTO a cura di Riziero Di Pietro
SINTESI
Notizie sull’autore:
Gian Antonio Stella è nato 49 anni fa a Vicenza.
È editorialista e inviato di politica economica e costume al Corriere della Sera, giornale in cui è praticamente cresciuto.
Vincitore di diversi premi giornalistici (dall”E’”assegnato da Montanelli, Biagi e Bocca al “Barbini”, dall’”Ischia” al “Saint Vincent” per la saggistica) ha scritto vari libri. Tra i più noti Schei, un reportage sul mitico Nordest, lo spreco, un ‘inchiesta su come l’Italia ha buttato via almeno due milioni di miliardi di vecchie lire,
Dio Po/gli uomini che fecero la Padania,un velenoso pamphlet sulla lega,
Tribù uno spassoso e spietato ritratto della classe politica di destra salita al potere nel 2001 e infine L’orda.Quando gli albanesi eravamo noi.
Lucida analisi sull’emigrazione di ieri e di oggi,dedicato al nonno Toni “Cajo”, “che oggi per pane e disprezzo in Prussia e in un Ungheria sarebbe schifato dagli smemorati che sputano su quelli come lui.”
Interminabili e massacranti marce, freddo pungente e volti tirati tra le montagne di frontiera.
Ansie, preoccupazioni esasperate in un barcone impegnato in pericolose manovre su coste impervie a notte fonda.
Impotenti donne vendute come prostitute per poche lire, bambini esili e non voluti sfruttati in fabbriche e nel mercato della pedofilia… Chi sono i protagonisti di questo triste quadro dipinto da Gian Antonio Stella? Slavi? Curdi? Marocchini? No, siamo noi.
Noi Italiani che, com’è descritto nel libro: “L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi”, emigravamo a centinaia di migliaia verso il nord Europa o l’America.
Noi alla seria e disperata ricerca di fare fortuna per sistemare casa in un pomeriggio, per far funzionare tutto come negli orologi. Eravamo noi.. ce ne siamo forse dimenticati?
Molto meno di cent’anni fa, tutte le peggiori ingiurie e quella diffidenza oggi destinata agli extracomunitari, toccavano a noi, italiani con valigia di cartone sparsi per l’ Europa, Stati Uniti, America del Sud, Australia. Accadeva ai nostri nonni che come “albanesi”venivano discriminati perché appartenenti a un popolo considerato infido, sporco e incline a delinquenza: il popolo italiano, figlio della lupa, portavoce del Bel Paese dove sono nati Dante, Petrarca, Michelangelo e chi più né ha più né metta.
L’orda, gente che si avventura, massa caotica di cavallette o barbari, pronta a portare scompiglio in una nazione che non gradisce lo straniero, la criminalità e gli sporchi affari che abbracciano culture diverse.
Con molta onestà, Stella ammette che non sempre gli stereotipi negativi sugli italiani erano infondati: davvero eravamo poveramente abituati a vivere, anche nei paesi ospitanti, in condizioni igieniche precarie. Il tasso di alfabetismo dei nostri emigranti era fra i più alti in Europa.
E alla miseria materiale seguiva sovente quella morale, con il ricorso, dettato talvolta dalla necessità di sopravvivere, ad espedienti e stratagemmi riprovevoli.
Gli italiani alimentavano il mercato della prostituzione (tristemente famosa la “tratta delle bianche” e purtroppo anche il traffico di bambini destinati alle voglie di squallidi uomini), erano dediti a truffe, furti , rapine, commercio della droga e ad altre lucrose attività criminali,come la vendita sempre dei nostri bambini destinati allo sfruttamento del lavoro minorile nelle vetrerie francesi o di Pittsburg. Nell’industria tessile di San Paolo del Brasile, nell’edilizia svizzera. Oppure impiegati come musicanti , spazzacamini in Olanda o strilloni in Argentina. Sottoposti, in ogni dove, ad un’esistenza miserevole.
La mafia e la camorra, purtroppo, in America le abbiamo esportate noi. E persino tra i padri più prossimi del terrorismo contemporaneo figurano gli italiani: i nostri anarchici, spesso imbevuti apparentemente di alti e nobili ideali, come ad esempio Mario Buda (Mike Boda) che il 16 Settembre 1920 fece saltare per aria Wall Street fermando il respiro di New York ottant’anni prima di Osama Bin laden.
Scrive Stella: “ Una storia carica di verità e di bugie. In cui non sempre puoi dire chi avesse ragione e chi torto. Eravamo sporchi? Certo, ma furono infami molti ritratti dipinti su di noi. Era vergognoso accusarci di essere tutti mafiosi? Certo, ma non possiamo negare d’avere importato noi negli States la mafia e la camorra. La verità è fatta di più facce. Sfumature. Ambiguità(…)
…Noi abbiamo vissuto l’esperienza prima, loro dopo. Punto.”
Le persone che emigrano in un paese straniero sono di frequente, oggetto di stereotipi che li rendono vittime degli autoctoni e impediscono loro di condurre un’esistenza normale.
Spesso i pregiudizi sono talmente forti da determinare vere e proprie persecuzioni, che possono arrivare a linciaggi, assassini e altre sanguinarie e repellenti brutalità.
E’ quanto ci racconta Gian Antonio Stella nel suo libro,ricco di fatti, personaggi, aneddoti, storie ignote o sconvolgenti, frutto della paziente consultazione di documenti, cronache, sull’emigrazione italiana in tutto il mondo mettendo in luce maltrattamenti, violenze, esclusioni, insulti sofferenze fatte e subite.
Ricordandoci di quello che fummo e delle ingiustizie e persecuzioni patite, Gian Antonio Stella ci richiama nel suo libro a una maggiore tolleranza e indulgenza verso i cittadini o stranieri, che vengono in Italia a cercare fortuna. Tuttavia rimarcando che :
“ Detto questo, per carità: alla gente dal buonismo, dall’apertura totale delle frontiere, dall’esaltazione scriteriata del melting pot, dal rispetto politicamente corretto ma a volte suicida di tutte le culture(…) Certo, un paese è di chi lo abita, lo ha costruito, lo ha modellato su misura della sua storia, dei suoi costumi, delle sue convinzioni politiche e religiose.Di più:ogni popolo ha il diritto, in linea di principio ed entro certi limiti, di essere padrone in casa propria. E dunque di decidere, per mantenere l’equilibrio a suo parere corretto, se far entrare nuovi ospiti e quanti . Di più ancora:in nome di questo equilibrio e di valori condivisi (la democrazia, il rispetto della donna, la laicità dello stato, l’uguaglianza di tutti gli uomini..) può arrivare perfino a decidere una politica delle quote che privilegi (laicamente) questa o quella componente. In un mondo di diffusa illegalità come il nostro, possono essere invocate anche le impronte digitali, i registri degli arrivi, la sorveglianza assidua delle minoranze a rischio,l’espulsione dei delinquenti,la manopesante con chi sbaglia. La xenofobia, però è un’altra cosa.” .
La scelta fatta da Stella è stata ispirata dall’ obiettività di raccontare a noi stessi, in questi anni di confronto con le “orde” di immigrati in Italia e di montante xenofobia, che quando eravamo noi gli immigrati degli altri, eravamo “diversi”. Eravamo più amati. Eravamo “migliori”.
Non è esattamente così.
ANALISI
I libri di Stella, per certi aspetti sono intellettualmente poveri. In compenso sono efficaci.
Il sottotitolo :”Quando gli albanesi eravamo noi” riassume tutto il pensiero dell’autore.
Egli cerca di smontare i luoghi comuni preferiti dai razzisti italiani mostrando loro come fossero stati impiegati gli stessi termini agli italiani del ‘900 da argentini, francesi, svizzeri, australiani e americani.
Una parte del libro dedica attenzione ai leghisti di cui l’autore riporta dichiarazione fatte dai rappresentanti di questo micro partito. Molte delle testimonianze e stereotipi razziali sono dirette agli italiani del sud, cosa che ad un leghista starebbe benissimo, ma Stella prova particolare gusto a far notare quando le vittime di calunnie , discriminazione e linciaggi dell’epoca erano dirette a friulani, veneti e piemontesi. Questa tirata polemica di Stella è una lettura eccitante in un certo senso perché è quel genere di libro da regalare ad un amico o parente che polemizza sempre sugli immigrati e dice che gli italiani che andavano all’estero facevano fare bella figura perché avevano il permesso e lavoravano.
A mio avviso è un libro straordinario perché fa realmente capire come sono andate le cose durante l’emigrazione italiana. Molti giovani non sanno proprio niente sull’emigrazione in generale , soprattutto su quella italiana. Forse con l’aiuto di questo libro capiranno e si renderanno conto della sofferenza e del disprezzo che i nostri nonni e parenti subirono. Sarebbe indispensabile che tutti lo leggessero per capire almeno le cause che spingono gli stranieri a rubare e delinquere, e come si formano facilmente gli stereotipi e i pregiudizi nei loro confronti. L’orda è diverso dai libri precedentemente scritti da Stella e per questo un po’ difficile da apprezzare inizialmente.
Fa riflettere il fatto che le cose di cui vengono accusati oggi gli stranieri in Italia sono esattamente le stesse di cui venivano accusati gli italiani qualche anno fa. Stella aiuta a comprendere meglio la nostra società e la nostra storia. Leggo ad esempio di un tale amalfitano, Giovanni Torrio, che “non fumava e non beveva, non tirava tardi al night perché preferiva starsene a casa tranquillo a canticchiare le arie di Giuseppe Verdi “ e che in compenso ideava la rete mafiosa che avvolse Chicago. A leggere certi giudizi riportati sui giornali del secolo scorso come New York Times, potrebbero sembrare esempi nostrani contro gli extracomunitari di oggi. “Di regola gli italiani non sono ladri o rapinatori :sono accoltellatori o assassini , brutta gente”, così dicevano di noi allora.
E poi ancora “…La feccia del pianeta, questo eravamo. Meglio:così eravamo visti. Non potevamo mandare i figli alle scuole dei bianchi in Louisiana. Ci era vietato l’accesso alle sale d’aspetto di terza classe alla stazione di Basilea. Venivamo martellati da campagne di stampa indecenti contro questa maledetta razza di assassini. Cercavamo casa schiacciati dalla fama d’essere sporchi come maiali. Dovevamo tenere nascosti i bambini come Anna Frank perché non ci era permesso portarceli dietro. Eravamo emarginati dai preti dei paesi d’adozione come cattolici primitivi e un po’ pagani. Ci appendevano alle forche nei pubblici linciaggi perché eravamo tutti siciliani..”
Di tutta la storia della nostra emigrazione abbiamo tenuto solo qualche pezzo. I successi di manager alla Lee Jacocca, di politici alla Mario Cuomo,di uno stuolo di attori da Rodolfo Valentino a Robert de Niro, da Ann Bancroft (all’ anagrafe Anna Maria) a Leonardo Di Caprio. Abbiamo velocemente seppellito il lato più oscuro della nostra situazione di emigranti, dei torti subiti e fatti nei paesi ospitanti. L’obiettivo di Stella è quello di far riflettere comunque con la parola xenofobia, sentimento di avversione per lo straniero e per ciò che è straniero, che si manifesta in atteggiamenti razzisti e azioni di insofferenza e ostilità verso le usanze, la cultura e gli abitanti stessi di altri paesi.
Alla luce di tutto questo resta vero il fatto che il giornalismo si svolge soprattutto per l’esperienza e la qualità che hanno un ruolo rilevante nella ricerca delle notizie (creatività, intraprendenza, tenacia e competitività. E’ possibile avanzare l’ipotesi che ciò dipenda dal fatto che il giornalista condivide con il sociologo il ruolo di descrivere il periodo societario oggetto di osservazione.
Gian Antonio Stella ha scritto il suo libro partendo innanzitutto dal concetto di dare notizie. Preoccupandosi di fornirle nel maggior numero possibile. Sviluppando dati, descrizioni e argomentazioni lasciando al lettore la facile conclusione interpretativa.
Riportando i fatti non come specchio delle condizioni sociali ma come la cronaca di un aspetto che si è imposto all’attenzione, presupponedo l’interesse del lettore, proiettato in narrazioni specifiche per essere meglio informato. Grazie ad un impasto tra storia , fotografie, racconti, articoli, L’orda di Stella è un documento attendibile e veritiero su come realmente sono andate le cose, chiudendo il tutto con una morale che non poteva essere altrimenti. In questo senso la funzione di informare si è fusa brillantemente con l’empatia dello scrittore che ha legato il lettore ha un filo sottile di solidarietà comune. Stella ha applicato alla lettera alcuni criteri fondamentali del giornalismo: quello della rappresentazione e della contrapposizione. Il primo agisce sugli avvenimenti facendoli diventare specchio della società in cui viviamo. Non si tratta solo di fornire informazioni ma di scattare una fotografia dei comportamenti sociali. Il secondo, la contrapposizione, è evidente nel momento in cui l’autore decide, di fronte a un avvenimento, di domandarsi se e quanto contrasti con un’ opinione convenzionale, uno stereotipo diffuso un modello consolidato. L’orda è cronaca e commento ,resoconto di fatti e giudizi sui fatti, è un’inchiesta sulla ricerca della verità che smaschera pregiudizi futili e soprattutto inutili per gente come noi: italiani.
L’autore non si è limitato a dire il chi, il quando, il che cosa, il come o il perché, bensì ha sondato l’inconoscibile, fondendo una scrittura oggettiva per cui i fatti sono stati riferiti direttamente e apertamente al lettore, con una scrittura soggettiva in cui fatti sono stati esposti anche attraverso e soprattutto un punto di vista interno agli stessi. Chiarezza, precisione , spettacolarità e suggestione sono stati gli ingredienti del successo di questo libro.
Gian Antonio Stella, giornalista di razza prestato alla “scrittura” per raccontare fatti all’ordine del giorno in una società come la nostra, dove troppo facilmente si dimenticano pezzi di vita scomoda. Parola d’ordine: comprensione.
1)Cos’è la scrittura giornalistica in rapporto alla scrittura quotidiana e alla scrittura letteraria.
Non esiste la scrittura giornalistica , esistono le scritture giornalistiche con varie tecniche.
Fondamento della scrittura giornalistica è il rapporto con il tempo e lo spazio all’interno di un obiettivo:la notizia.
Il giornalismo inglese e americano propone una distinzione formale tra due tipi di scrittura della notizia giornalistica: news e feature. Per news s’intende la cronaca, basata sostanzialmente sulle cinque W e semmai sulla H di how. Feature, invece , nella traduzione letterale significa caratteristica di una cosa, indica l’aspetto speciale di qualcosa.
Da questo significato originale deriva il termine giornalistico, nel senso che i feature articles o le feature stories, sono aspetti speciali della scrittura giornalistica, che si caratterizzano nella scrittura quotidiana che amplia i margini di discrezionalità dei giornalisti e di conseguenza estende l’ambito della notizia includendo vicende,questioni, fenomeni sociali ,aspetti della realtà che secondo la teoria classica (news) non dovrebbero farne parte. Il già sottile confine tra giornalismo e narrazione, tra notizia e racconto, diventa ancora più sottile pur non mettendo in discussione il principio dell’aderenza alla realtà, della fedeltà ai fatti: Le features non sono mai fiction e anche se a volte ripropongono di divertire il lettore, il loro scopo principale resta sempre quello di informare.
Il genere comunque, risponde all’esigenza di vivacizzare quotidianamente il giornalismo scritto, per reggere il confronto con la forza di suggestione del giornalismo televisivo.
Altro discorso vale per la scrittura letteraria che comunque è basata anch’essa sulle cinque W ma che in aggiunta ha lo scopo di portare il lettore su binari emozionali che prevedono l’ambiente in cui si svolge una vicenda, eventuale azione nella vicenda, crisi, risoluzione del problema nella vicenda.
Il tutto per potenziare un climax narrativo ben lontano dall’essere breve e immediatamente efficace.
2) Linguaggio parlato e scrittura giornalistica: elementi di identità
e differenza.
Nella scrittura giornalistica molta attenzione si deve fare nel saper scrivere, soprattutto nel gestire al meglio la punteggiatura. Lynne Truss, autrice di un best seller sul come si scrive e sulla giusta punteggiatura, che in Inghilterra ha venduto più di 700.000 copie, ha definito l’uso delle virgole come “ Il cane da guardia delle parole. Il pastore che ne prende un gruppo, le fa stare insieme, separandole da un altro gruppo.” E’ necessario nella scrittura giornalistica separare i caratteri, dando ritmo alle parole, senso alle frasi per far giungere chiaro il concetto e il significato della notizia. Inoltre è necessario nella scrittura giornalistica approfondire ulteriormente un’ argomento trattato anche dai notiziari televisivi, proprio per sopperire alla velocità informativa di cui godono i mass-media. Corretta gestione dello scrivere, approfondimento scrupoloso e peculiare sui fatti, costituiscono i principali elementi che differenziano la scrittura giornalistica dal linguaggio parlato, che a sua volta è caratterizzato da una corretta gestione della voce del conduttore (con relativo tono ed enfasi) e fonte principale per l’utente che vuole immediatamente attingere alla notizia.
Elementi di identità possono risiedere nel fatto che in entrambi vige il diritto ad informare , il diritto di cronaca e di rettifica, quindi il diritto dovere di non privare la libertà all’informazione da parte dei cittadini e di non ledere la loro persona se non per utilità sociale.
3)Sintesi e giudizio su un articolo di due quotidiani nazionali su un identico fatto di rilevante interesse. Raffronto delle diverse modalità di trattazione da parte dei due autori.
Ho scelto di analizzare gli articoli scritti da Pierluigi Battista (Corriere della Sera) e Andrea Bonanni (La Repubblica), pubblicati nei rispettivi quotidiani, il giorno ventotto gennaio 2005.
L’argomento trattato: il giorno della commozione universale del ricordo della Shoah ad Auschwitz.
Nell’articolo di Battista, aperto con una finestra in prima pagina dal titolo “il volto oscuro dell’Italia” che palesemente richiama un noto libro scritto per i tipi della Rizzoli da Tobia Jones, concernente i mali e i difetti del nostro Bel Paese, appare chiaro l’intento di polemizzare e richiamare l’attenzione del ricordo del passato per prevenire attuali pericoli che si stanno sviluppando in Italia in questi anni.
Esplicito fin dal titolo:”Le nuove insidie dell’antisemitismo” Pierluigi Battista denuncia sottigliezze all’apparenza non importanti, quali ad esempio il fatto che durante la cerimonia commemorativa del ventisette gennaio non sia stata mai pronunciata la parola ebreo nell’intervento del presidente Putin. Così come è destinata ad alimentare polemiche la comparazione istituita da Silvio Berlusconi tra il nazismo e il comunismo,”utile 364 giorni l’anno nell’affrontare un controverso nodo storiografico e culturale , ma palesemente fuori contesto proprio nel giorno della celebrazione di Auschwitz”.
La commemorazione dell’Olocausto doveva servire a scongiurare qualsiasi ritorno della follia antisemita. Ma i numeri esposti ieri (27 gennaio) da Renato Mannheimer sul Corriere raccontano una realtà inquietante e molto diversa da quella che si esprime nelle rappresentazioni celebrative. Quei numeri dichiarano che in Italia è aumentata, fra la gente la convinzione di una diversità culturale e di stile di vita degli ebrei italiani, e il desiderio di un loro abbandono del nostro Bel Paese. Numeri agghiaccianti che vanno letti e osservati con attenzione proprio nel giorno del ricordo , affinché tutto ciò che è stato non vada mai più ripetuto e soprattutto non si vadano alimentando probabili atteggiamenti antisemiti all’interno di una nazione come la nostra, culla di cultura e crescita sociale nel rispetto di tutti.
L’esempio principale dovrebbe essere dato dai nostri rappresentanti politici che anziché pensare a creare, in ogni dove, cornici di comizi elettorali, dovrebbero riflettere di più nell’analizzare messaggi antisemiti (sinagoghe bruciate, cimiteri ebraici profanati, etc.) campanelli d’allarme che potrebbero raffiorare sotto “abiti nobilitanti”.
L’articolo di Bonanni invece, nell’affrontare il medesimo problema, ha posto l’accento sulla memoria, che oramai ha distanza di sessanta anni si tema possa andare nel dimenticatoio.
La polemica riguardo gli interventi dei capi di stato , Putin e Berlusconi, è stata chiaramente condivisa anche dal giornalista della Repubblica che ha aggiunto responsabilità dell’Europa tutta scrivendo:” Il mondo sapeva ma rimase zitto, questo resterà come un marchio d’infamia sulla fronte dell’umanità”. Sottile vena polemica da parte del giornalista di Repubblica, ai riguardi degli organizzatori della cerimonia , i polacchi colpevoli di non aver allargato la cerchia degli invitati alla cerimonia. In ultimo Bonanni ha chiuso il pezzo ricordando, come Battista, la lezione che si doveva leggere da tale manifestazione: Di fronte alle sirene del treno di Auschwitz occore passare il testimone della memoria alle giovani generazioni e far sì che queste si rendano veramente conto che simili orrori non vadano mai più ripetuti.
Tecnicamente i due articoli si somigliano , ma si differenziano nella scaletta dei vari argomenti trattati. La cosa a mio avviso gratificante che in entrambe le testate giornalistiche è stato evidenziato il problema dell’antisemitismo che tutt’oggi angoscia la nostra società, tutt’ora afflitta da atteggiamenti xenofobi e intolleranze razziali.
4) Sintesi e giudizio con le stesse modalità del punto tre, su un identico fatto di cronaca , da un quotidiano nazionale ed uno locale ( o dalle pagine locali di un quotidiano nazionale)
Analisi attenta alle questioni delle celebrazioni dell’ingresso di soldati russi nel campo di Auschwitz nel lontano 1945, è stata fatta dalla giornalista Vittoria Todisco del Quotidiano del Molise.
A differenza di firme lustre nazionali, la Todisco convenendo con le tesi esposte (nel punto tre con Bonanni e Battista), ha approfondito l’argomento all’ordine del giorno da altre angolature. Ha spostato l’attenzione sulle motivazioni psicologiche e d’educazione sociale, rilevando il fatto che il senso della tolleranza di cui spesso difettiamo ha radici molto più lontane.
“Deriva da quel dovere all’obbedienza che ci è stato inculcato anche in famiglia, una forma di difesa egoistica indossata come una guaina protettiva, la stessa che ci rende indifferenti alle vicende degli ebrei, come degli zingari, dei testimoni di Geova e degli omosessuali.”
5) Analisi della costruzione e del contenuto di una prima pagina di un quotidiano nazionale di un giorno a scelta.
TESTATA: CORRIERE DELLA SERA di Venerdi 28 gennaio 2005: analisi della costruzione.
1)APERTURA: Il mondo ad Auschwitz: “Mai più” (collocato nella parte alta centrale sinistra della prima pagina.
2)L’ATTACCO: chiamato in inglese lead, in gergo si dice cappello.E’ la parte più difficile per chi scrive e la parte determinante per chi legge: “Sessant’anni dopo capi di stato e reduci,liberatori e figli degli assassini nel campo di sterminio”.
3)CATENACCIO:”Israele: il crimine più orrendo. Il Papa:non è lecito dimenticare.
Putin non cita gli ebrei Berlusconi equipara nazismo e comunismo. Dai Savoia la
condanna delle leggi razziali” E’ un secondo titolo, definito sottotitolo,usato per rafforzare le notizie più importanti.
4)EDITORIALE .”Senza canone e senza sport” articolo di solito non firmato,che esprime laposizione del giornale . si differenzia dall’articolo di fondo che esprime invece il parere di un singolo giornalista, sia pure autorevole. In questo caso l’editoriale come l’ARTICOLO DI FONDO è firmato, quindi si parla di FIRMA posta a sinistra della facciata del foglio, il secondo, invece a destra: “E Bush rilancia il partito comunista”
5)INSERZIONE :in basso a destra,messaggio pubblicitario a pagamento, identificabile come tale.
6)SPALLA: L’ntervista ad Andresti ”A Ruini dice l’astensione è un errore” articolo collocato in alto a destra, posizione di prestigio.
7)TAMBURINO: segnalazione di spettacolo teatrale o cinematografo, in questo caso manca. Poi infine abbiamo i TRAFILETTI che rimandano alle pagine interne.
Riziero Di Pietro
venerdì 18 luglio 2008
STUDIO START COMUNICAZIONI
Sir Tobia nell’imprenditoria Italiana:
1) Premessa
2) L’Idea di Tobia
3)Ricchi d’Italia: Zoom 100%
4) Viaggio nel Passato
5) Conclusioni
Premessa
Ho scelto di analizzare il programma televisivo: “Ricchi d’Italia” condotto da Tobia Jones, andato in onda sulla rete nazionale (RAI tre) dal ventisei Settembre 2004, perchè tempo fa, ho acquistato il libro ”Il cuore oscuro dell’Italia” edito Rizzoli, scritto dallo stesso Tobia Jones.
Partecipando ai forum on line proposti dalla casa editrice, ho avuto modo di interagire con altri utenti interessati quanto me a porre domande e riflessioni sull’opera di Jones.
La mia curiosità sul format Ricchi d’Italia, è dovuta al gran polverone sollevato dalla critica nazionale, in merito alla sfida raccolta dal neofito presentatore dopo la provocazione fattagli a proporsi direttamente per fare buona televisione nel nostro paese.
Noto per un suo saggio sul Financial Time dove ha criticato “la televisione delle veline”,
l’inglesino non si è lasciato convincere più di tanto e alle innumerevoli critiche ha risposto organizzando una vera e propria task force televisiva, mettendo in piedi un buon programma d’informazione culturale supportato da altrettanti validi operatori del settore.
Prima di spostare l’attenzione sull’oggetto principale di questa tesina, è opportuno a mio avviso spendere qualche parola sul volume scritto per i tipi della Rizzoli.
In “Il cuore oscuro dell’Italia” l’autore ha esposto con chiarezza, passione e buon spirito critico le debolezze e storture del nostro sistema. Con una carrellata apparentemente veloce ma profonda Jones ha tentato di darsi una chiave interpretativa sulle contraddizioni del vivere italiano.
Il libro può essere facilmente riassunto dalle parole essenziali e trasparenti scritte da un editorialista dell’”Espresso”: “ In Italia, come in chimica , nulla si crea , nulla si distrugge , ma tutto si trasforma…” “In altre parole considerando il tempo come un catalizzatore, le apparenze possono cambiare, ma gli elementi coinvolti rimangono esattamente gli stessi “(Jones).
Se lo si legge , e chi non l’ha fatto consiglio vivamente la lettura, si comprende come l’autore vada a scansionare la storia di alcuni episodi salienti della politica, delle stragi, del business e delle tecniche di persuasione mediatiche avvenute in Italia negli ultimi anni e tutt’oggi fortemente attive. Ha scritto Giorgio Bocca : “ Una costante della scuola Italiana è quella di rimuovere la storia del mezzo secolo precedente, quanto a dire degli italiani ancora in vita, ancora al potere…la Paura della storia sembra congenita, la gente ha in qualche modo capito che parlare di storia non è prudente, che c’è nella storia qualcosa di sconveniente”.
In alcune pagine di ”Il cuore oscuro dell’Italia” è scritto :
“ Per essere convincenti si deve esibire una impenetrabile pomposità. E’ così che funziona il potere in Italia, imbrogliando l’ascoltatore…”(pag. 86)
“Osservando il calcio cominciai ad avere l’impressione che il potere si basasse su poche oligarchie molto potenti . E’ una situazione che ricorda il Rinascimento, quando una decina di famiglie importanti si erano spartite il Paese… Perché invariabilmente è una questione di famiglie, ricorrono sempre gli stessi cognomi, non importa se si parla di politica, televisione o calcio…”
(pag 102)
“ Il servizio più importante della Tv è fornire informazione. I telegiornali sono di gran lunga i maggiori fornitori di notizie in Italia. Persino le notizie dei telegiornali, tuttavia, sono state ridotte a pettegolezzi e battute sulle celebrità… la trasmissione di Vespa mischia il dibattito politico con le conversazioni serali sull’ultimo calendario osè con la Weber, Costanzo è come il direttore di un circo equestre che introduce cabaret, commedia e di tanto in tanto, messaggi di forte impatto emotivo. Entrambi vivono della retorica televisiva che stabilisce una sorta di cortocircuito: ciò che appare è buono ciò che è buono appare. Non rendere omaggio a questo circo equivarrebbe a un suicidio politico……”(pag 169… 178)
“ Il ruolo dei media è altrettanto preoccupante. Forse uno che non ha mai lavorato nella comunicazione può sottostimare la loro portata, ma chiunque faccia parte della categoria sa che sono puro potere…” (pag 282).
E ancora osservazioni su probabili anomalie, dal potere politico del cavaliere al suo impero che abbraccia l’economia italiana del terzo millennio.
Sono anni oramai che il servizio pubblico ha di fatto rinunciato a svolgere convenientemente e doverosamente il suo ruolo istituzionale, essendosi posto in concorrenza alla televisione commerciale con la stessa sua spregiudicatezza ed insensatezza.
Per i soccombenti utenti è rimasta pur tuttavia una nicchia di salvezza nella terza rete che sfidando in tante occasioni l’ordine televisivo costituito, ha cercato di assolvere al meglio la propria funzione di voce del servizio pubblico. I guasti creati da una fallimentare politica di programmazione del servizio pubblico ha fatto sì che lo stesso sia deperito in fatto di ascolti e di raccolta pubblicitaria,
a tutto vantaggio della concorrenza commerciale che si è ingrassata sino all’inverosimile e con i ben noti ritorni finanziari. E non poteva che essere altrimenti.(www.didaweb/fuoriregistro/ Aldo E.Quagliozzi/ L’Italia in cui viviamo)
Torna allora utile e saggio rileggere ad oltre trent’anni dalla loro pubblicazione ancorché attualissime le parole scritte da Pier Paolo Pasolini il nove dicembre 1973 sul quotidiano “Il corriere della sera” a proposito di acculturazione e dell’uso dei moderni mezzi di comunicazione per la creazione del consenso popolare:
“…La responsabilità della televisione è enorme. Non certo perchè mezzo tecnico, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. E’ il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. E’ attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo…”
Cronista dei giorni nostri è Tobia Jones, inglese di nascita sposato con una italiana.Vive nel nostro paese dal 1999, ha di recente sperimentato una sua personale esperienza di come fare televisione di pubblico servizio : Ricchi d’Italia.
L’Idea di Tobia
Rai3 ha trovato lo spazio in seconda serata per un innovativo programma d’informazione culturale.
Dice Tobia Jones, trentadue anni laureato in Storia moderna ad Oxford: “ Dopo aver scritto qualche tempo fa, che la tv italiana non mi piace più di tanto, alcuni amici mi hanno lanciato una sfida. Se ne sai così tanto, perché non ci fai vedere cosa sai fare? Mi scocciava ignorare la sfida . Ci pensavo. Mi chiedevo cosa avrebbero voluto vedere in tv.
Con un regista geniale come Andrea Salvadore (coautore del programma), che ha fatto tra l’altro L’elmo di Scipio e una casa di produzione solida come la Palomar ( per intenderci quella di Montalbano), abbiamo messo insieme un’idea che mi convinceva: Passare ventiquattr’ore con ventiquattro tra gli imprenditori, padroni e uomini ricchi tra i più interessanti della penisola. Non per fare salamelecchi, non in stile “vippissimi” come farebbe Mediaset: ma neanche per fare critiche trotskiste, tipo “tutti i ricchi sono malvagi capitalisti” . E non volevo fare il protagonista. Volevo solo porre domande schiette e ascoltare le risposte.Domande tipo: come va l’economia? Che ne pensa del governo Berlusconi? Come se la vede con i sindacati? Quanto guadagna?
Cosa mi dice del ruolo delle banche in Italia?E della burocrazia? Lei vota a sinistra o a destra?
Dove vive? Come vive? Quali consigli darebbe ad un giovane imprenditore? Quali errori ha commesso nella vita?
La lista notevole : Da Edoardo Garrone (Erg e Sampdoria) alla famiglia Panini(figurine); da Lapo Elkann(Fiat) a Paolo Bolici (robustissima azienda omonima di barche e alberghi);Adriano Rodella ( gruppo Pompea) a Beatrice Trussardi; Francesco Amadori a Gianni Campagna (grande sarto di Milano); Donato Lombardi (amministratore unico della Presider di Avezzano leader inEuropa nella pre-lavorazione di travi in acciaio) ad Alberto Bombassei ( vice presidente della Confindustria e presidente della Brembo azienda che produce e progetta sistemi frenanti per auto, anche per la ferrari) .
Questa è gente che di solito non parla, che non appare in tv. Le risposte, ovviamente, sono state varie e affascinanti.”(www.didaweb.net/fuoriregistro).
Ricchi d’Italia: ZOOM 100%
Puntata del 26/09/2004
Quattro puntate di cinquanta minuti ciascuna su Rai3
Nella prima puntata andata in onda il 26 Settembre 2004 alle ore 23:35 Tobia Jones ha illustrato:
1) L’industria alimentare con Francesco Amadori .
2) Lo scenario dell’automobile italiana con Lapo Elkann, responsabile della promozione di tutti i marchi Fiat auto.
3) La vita familiare di Edoardo Garrone presidente dell’ERG, il principale gruppo italiano nel settore del petrolio.
4) I parrucchieri stilisti con Salvo Filetti e Renato Gervasi creatori del Franchising Compagnia della Bellezza.
Dal punto di vista tecnico il format è stato suddiviso in tranche de viè , pezzi di vita, da dodici minuti ciascuno, nei quali il conduttore a messo a “nudo “ i pregi e difetti dell’essere parte attiva in una economia nazionale.
Particolarità da non sottovalutare, è stata a mio avviso la scelta dell’intervista preparata.
Non si è trattato del classico intrattenimento culturale svoltosi all’interno di uno studio televisivo, ma si è intenzionalmente dato senso di percezione umana allo spettatore, nello svolgere
l’ intervista nei luoghi dove normalmente questi personaggi vivono e lavorano.
Anche la scelta di regia è stata accuratamente preparata. Ogni spaccato di vita dei personaggi è stato attentamente studiato per dare specchio riflesso ad una realtà in fondo non così
lontana. Mi riferisco all’intervista fatta con Francesco Amadori , agli stacchi di ripresa dei luoghi dove l’imprenditore è nato , alle inquadrature della sua abitazione , ai ricordi della sua gioventù ai capannoni della sua industria tirata su con molto sacrificio e forza di volontà.
Abilità proprie di un ottimo direttore della fotografia che ha tradotto le parti scritte di un probabile copione, in immagini formidabili d’inquadrature. Così come un plauso merita il tecnico dell’illuminazione all’intervista confortevole (su una poltrona di pelle chiara) fatta con Lapo Elkann. Ebbene la scelta di luce è stata adatta ad ogni situazione nata dalle domande e risposte dei due protagonisti: Jones ed Elkann.
Giochi sottili impercettibili all’occhio nudo dello spettatore ma che chiaramente attraggono, incuriosiscono e affascinano l’italiano medio ,quello del budge delle otto di mattina in ufficio.
Andrea Salvadore ha utilizzato molti stacchi di campo ,dando la sensazione di spazio per marcare la lunga strada fatta da persone come Garrone e i suoi avi nel possedere e realizzare la fortuna di una famiglia di petrolieri. Nell’intervista realizzata all’interno della proprietà di Edoardo Garrone alla presenza della moglie e dei figli, sotto un gazebo indiano posizionato al centro di una distesa immensa di verde, lunghi cambi di ripresa hanno abbracciato la figura umana del petroliere.
E’ stato, spesso inquadrato con il Dolly (camera semovibile che permette di spostarsi dal basso fino ad alcuni metri di altezza e può cambiare velocemente angolatura di presa )durante le passeggiate con il conduttore.
Panoramiche e carrellate di inquadrature comunque sono state utilizzate in quasi tutte e quattro le puntate proprio perchè dovevano essere la cornice ai testi scritti e preparati dal cronista che a braccio, in un italiano non perfetto, spingeva l’intervistato a mostrare eventuali perplessità sulla economia italiana attuale, sulla politica di governo e sui rapporti coi sindacati .
Invece, molte riprese frontali, primi piani, andavano a caratterizzare il lato dell’intervista basato sulla vita privata dei “ricchi”. Dalle questioni personali all’amore , alla capacità di aver fatto fortuna, ai sacrifici, alla costanza nel mantenere un particolare tenore di vita.
In ultimo l’utilizzo della camera-car che ha introdotto l’inizio dell’intervista fatta a Gervasi e Filetti creatori della Compagnia della Bellezza. Questi dodici minuti sono stati aperti con un viaggio in macchina, mentre si parlava della possibilità di dare stimolo alle proprie qualità personali, creative e ricercare dentro di sé gli stimoli per realizzarsi nella vita di tutti i giorni. Un viaggio partito dalle radici di Filetti e Gervasi e giunto subito poco sul posto di lavoro. Un vero e proprio styling.
Come dire se a volte nella vita sei al posto giusto e al momento giusto, con una buona idea, il salto è breve anche se allo stesso tempo rischioso. Quindi preoccupazioni nello stare sempre al vertice.
E’ chiaro che tali osservazioni sono del tutto personali attente ad associare tecniche televisive a contenuti giornalistici. Un analisi la mia, nata dal fatto che Tobia Jones comunque si è reso,a volte, invisibile fisicamente, ma prepotentemente presente nei lunghi monologhi dei personaggi. Chiara era l’astuzia nel far parlare il ricco di turno spostando l’attenzione su questioni molto importanti e mai evidenziate in altre trasmissione del genere.
Secondo me l’intento di tale format è stato quello di trasmettere un messaggio ben esplicito: non sempre la fortuna va di pari passo con la possibilità di godersela.
I soldi portano altri soldi, le industrie vanno seguite, gli impegni onorati, le responsabilità altre responsabilità, onori e oneri.
Il tempo libero molti di loro non sanno neanche cos’è (http://www.ilariaalpi.it/ /Osservatorio sull’informazione /Ricchi d’Italia brava gente/G.Tonelli)
Sembrano degli stacanovisti pignoli inglesi.
“L’occhio del padrone ingrassa il cavallo”, “In tre giorni non si diventa maestri”, “Alleva i tuoi figli poveretti se li vuoi ricchi e benedetti”, “ Chi mangia fa molliche”: questi e altri i proverbi scelti dai più importanti imprenditori e manager del nostro paese per spiegare la propria filosofia di vita.
Ricchi d’Italia nelle altre puntate ha raccontato in un viaggio appassionato da nord a sud del paese, le barche, le piscine, discoteche dei padroni d’Italia. Ma è anche entrato nelle fabbriche ha girato tra gli operai e le segretarie, i figli, mariti e mogli, consegnandoci una fotografia poco vista dell’attività industriale italiana a partire dai suoi vertici, dai più noti ai più sconosciuti, come il re della carne il conte Tasca d’Almerita che non aspettava altro.
Ricchi d’Italia è stato un documentario di alta qualità in tutti i sensi, serio e divertente in cui si sono mischiati discorsi finanziari con storie umane. Si è tentato di interrogare e sentire gli industriali,
dal petrolio all’acciaio, dal calcio alla moda, dal cibo all’editoria, per capire meglio che cosa accade nella nostra economia. Il tentativo è riuscito.
I servizi, i programmi, dicono tutti delle cose, il problema però dipende dal punto di vista con cui sono proposti. E’ questo che fa la differenza.
Viaggio nel Passato
Tornando indietro nel tempo ci si accorge che format del genere sono già stati realizzati dalla televisione italiana. E’ piacevole ricordare il programma televisivo di attualità (dal 18 Giugno 1974, martedì ore 21.40, Programma nazionale) A CARTE SCOPERTE di Alberto Luna e ideato da Carlo Ponti , Vigorelli, Cesare Garboli e Zucconi. La regia era affidata a Mario Soldati e Nelo Risi.
Il programma A CARTE SCOPERTE proponeva cinque incontri diversi con personalità di rilievo attive in diversi campi, dalla politica nazionale e internazionale all’economia e alla vita culturale .
La differenza in Ricchi d’Italia sta nel fatto che gli intervistati sono tutti di casa nostra.
Le similitudini invece risiedono nella tecnica di intervista.
In tutte e due i programmi i casi sono semplici e informali conversazioni, per esplorare il lato nascosto e inedito del personaggio. Offrono entrambi un ritratto, il più possibile vicino al vero.
Per quanto riguarda A CARTE SCOPERTE merita di essere ricordata la prima puntata, dedicata a Hailè Selassiè, imperatore d’Abissinia. Nonostante le domande fossero state concordate, dall’intervista emergeva il profilo di un uomo insensibile alle istanze sociali del suo paese e alle richieste di democrazia.( Enciclopedia della televisione Italiana a cura di Aldo Grasso)
Come dire: se un programma ha successo non è solo per la bravura di chi ci sta dietro.
Questo per me è il vero reality.
Conclusioni
Dal forum on line della Rizzoli ho letto che, per quanto concerne il programma realizzato da Tobia Jones, la scelta dei personaggi è stata abbastanza semplice.
All’inizio volevano avere tanti imprenditori di settori diversi e quindi per un mese in redazione avevano chiamato i leader di ogni settore . Cercavano quelli più interessanti , nient’altro. La cosa impressionante è che su ventisei imprenditori , solamente uno ha rifiutato l’invito per motivi personali. Pensavano di doverne contattare a centinaia per fare il programma ed invece i primi hanno tutti detto di sì. E’ normale che accettassero simili inviti, soprattutto se il tutto sarebbe stato concordato con gli addetti all’immagine degli industriali. Ma allora dov’è la novità?
Penso che risieda nel fatto che Tobia Jones per la prima volta, si è trovato a non fare il giornalista con taccuino e penna pronto a smascherare allucinanti confessioni di mal affari o business truccati, riuscendo con maestria a porre domande scomode che però, non sempre hanno avuto giusta risposta.
La linea ufficiale è stata caratterizzata dallo scopo di far capire alla gente che comunque viviamo un periodo particolare dell’attuale situazione economica nazionale, dove anche coloro che tirano le fila hanno difficoltà nel far conciliare interessi privati con quelli generali di una società.
Fortunatamente non siamo ciechi, anche se le notizie spesso sono manipolate, tutti noi ci rendiamo conto che è dura arrivare a fine mese sia per l’operaio, per la segretaria che per l’impiegato.
Non ci voleva Ricchi d’Italia per questo. Penso che il programma sia nato anche dal fatto che per quanto nella vita c’è gente che va in crociera, gente che semplicemente nuota e qualcuno annega sicuramente c’è gente che pagherebbe milioni e milioni per avere un pò di tempo libero, e questo purtroppo gli industriali non lo possono comprare. In un certo senso Tobia Jones si è rivelato molto italiano.
La sua passione per il nostro bel paese l’ha tradito, come dire sono pochi i ricchi che possono godere di tempo libero e godersi le fortune accumulate. Meglio due cuori e una capanna, almeno si ha il tempo di respirare all’aria aperta anche se con qualche pensiero di troppo. Ma chi non li ha?
Per fortuna non siamo tutti calciatori, anche se tutti sogniamo la speranza di avere più soldi addirittura senza sudare troppo.
La cosa buffa e rincuorante è che sembriamo perennemente destinati al naufragio, ma che nessuna costa rocciosa sia davvero disposta a sfracellarci.
Noi italiani continueremo imperterriti a navigare, facendo acqua da tutte le parti, aspettando forse un capitano saggio che ci guidi in porto o chissà, un altro trionfo dei pirati senza vergogna che stanno già depredando tutto il possibile.
Caro Tobia sei bravo e coraggioso per aver dato un buon servizio pubblico ma confessa di esser diventato a tutti gli effetti italiano.
Il che non è una colpa anzi. Mi auguro che documentari simili siano in futuro realizzati anche per fotografare l’attuale situazione universitaria italiana. Con l’esperienza accumulata fino ad oggi, mi piacerebbe un giorno poter essere io l’artefice.
Riziero Di Pietro - COMUNICATORE -market manager
Sir Tobia nell’imprenditoria Italiana:
1) Premessa
2) L’Idea di Tobia
3)Ricchi d’Italia: Zoom 100%
4) Viaggio nel Passato
5) Conclusioni
Premessa
Ho scelto di analizzare il programma televisivo: “Ricchi d’Italia” condotto da Tobia Jones, andato in onda sulla rete nazionale (RAI tre) dal ventisei Settembre 2004, perchè tempo fa, ho acquistato il libro ”Il cuore oscuro dell’Italia” edito Rizzoli, scritto dallo stesso Tobia Jones.
Partecipando ai forum on line proposti dalla casa editrice, ho avuto modo di interagire con altri utenti interessati quanto me a porre domande e riflessioni sull’opera di Jones.
La mia curiosità sul format Ricchi d’Italia, è dovuta al gran polverone sollevato dalla critica nazionale, in merito alla sfida raccolta dal neofito presentatore dopo la provocazione fattagli a proporsi direttamente per fare buona televisione nel nostro paese.
Noto per un suo saggio sul Financial Time dove ha criticato “la televisione delle veline”,
l’inglesino non si è lasciato convincere più di tanto e alle innumerevoli critiche ha risposto organizzando una vera e propria task force televisiva, mettendo in piedi un buon programma d’informazione culturale supportato da altrettanti validi operatori del settore.
Prima di spostare l’attenzione sull’oggetto principale di questa tesina, è opportuno a mio avviso spendere qualche parola sul volume scritto per i tipi della Rizzoli.
In “Il cuore oscuro dell’Italia” l’autore ha esposto con chiarezza, passione e buon spirito critico le debolezze e storture del nostro sistema. Con una carrellata apparentemente veloce ma profonda Jones ha tentato di darsi una chiave interpretativa sulle contraddizioni del vivere italiano.
Il libro può essere facilmente riassunto dalle parole essenziali e trasparenti scritte da un editorialista dell’”Espresso”: “ In Italia, come in chimica , nulla si crea , nulla si distrugge , ma tutto si trasforma…” “In altre parole considerando il tempo come un catalizzatore, le apparenze possono cambiare, ma gli elementi coinvolti rimangono esattamente gli stessi “(Jones).
Se lo si legge , e chi non l’ha fatto consiglio vivamente la lettura, si comprende come l’autore vada a scansionare la storia di alcuni episodi salienti della politica, delle stragi, del business e delle tecniche di persuasione mediatiche avvenute in Italia negli ultimi anni e tutt’oggi fortemente attive. Ha scritto Giorgio Bocca : “ Una costante della scuola Italiana è quella di rimuovere la storia del mezzo secolo precedente, quanto a dire degli italiani ancora in vita, ancora al potere…la Paura della storia sembra congenita, la gente ha in qualche modo capito che parlare di storia non è prudente, che c’è nella storia qualcosa di sconveniente”.
In alcune pagine di ”Il cuore oscuro dell’Italia” è scritto :
“ Per essere convincenti si deve esibire una impenetrabile pomposità. E’ così che funziona il potere in Italia, imbrogliando l’ascoltatore…”(pag. 86)
“Osservando il calcio cominciai ad avere l’impressione che il potere si basasse su poche oligarchie molto potenti . E’ una situazione che ricorda il Rinascimento, quando una decina di famiglie importanti si erano spartite il Paese… Perché invariabilmente è una questione di famiglie, ricorrono sempre gli stessi cognomi, non importa se si parla di politica, televisione o calcio…”
(pag 102)
“ Il servizio più importante della Tv è fornire informazione. I telegiornali sono di gran lunga i maggiori fornitori di notizie in Italia. Persino le notizie dei telegiornali, tuttavia, sono state ridotte a pettegolezzi e battute sulle celebrità… la trasmissione di Vespa mischia il dibattito politico con le conversazioni serali sull’ultimo calendario osè con la Weber, Costanzo è come il direttore di un circo equestre che introduce cabaret, commedia e di tanto in tanto, messaggi di forte impatto emotivo. Entrambi vivono della retorica televisiva che stabilisce una sorta di cortocircuito: ciò che appare è buono ciò che è buono appare. Non rendere omaggio a questo circo equivarrebbe a un suicidio politico……”(pag 169… 178)
“ Il ruolo dei media è altrettanto preoccupante. Forse uno che non ha mai lavorato nella comunicazione può sottostimare la loro portata, ma chiunque faccia parte della categoria sa che sono puro potere…” (pag 282).
E ancora osservazioni su probabili anomalie, dal potere politico del cavaliere al suo impero che abbraccia l’economia italiana del terzo millennio.
Sono anni oramai che il servizio pubblico ha di fatto rinunciato a svolgere convenientemente e doverosamente il suo ruolo istituzionale, essendosi posto in concorrenza alla televisione commerciale con la stessa sua spregiudicatezza ed insensatezza.
Per i soccombenti utenti è rimasta pur tuttavia una nicchia di salvezza nella terza rete che sfidando in tante occasioni l’ordine televisivo costituito, ha cercato di assolvere al meglio la propria funzione di voce del servizio pubblico. I guasti creati da una fallimentare politica di programmazione del servizio pubblico ha fatto sì che lo stesso sia deperito in fatto di ascolti e di raccolta pubblicitaria,
a tutto vantaggio della concorrenza commerciale che si è ingrassata sino all’inverosimile e con i ben noti ritorni finanziari. E non poteva che essere altrimenti.(www.didaweb/fuoriregistro/ Aldo E.Quagliozzi/ L’Italia in cui viviamo)
Torna allora utile e saggio rileggere ad oltre trent’anni dalla loro pubblicazione ancorché attualissime le parole scritte da Pier Paolo Pasolini il nove dicembre 1973 sul quotidiano “Il corriere della sera” a proposito di acculturazione e dell’uso dei moderni mezzi di comunicazione per la creazione del consenso popolare:
“…La responsabilità della televisione è enorme. Non certo perchè mezzo tecnico, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. E’ il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. E’ attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo…”
Cronista dei giorni nostri è Tobia Jones, inglese di nascita sposato con una italiana.Vive nel nostro paese dal 1999, ha di recente sperimentato una sua personale esperienza di come fare televisione di pubblico servizio : Ricchi d’Italia.
L’Idea di Tobia
Rai3 ha trovato lo spazio in seconda serata per un innovativo programma d’informazione culturale.
Dice Tobia Jones, trentadue anni laureato in Storia moderna ad Oxford: “ Dopo aver scritto qualche tempo fa, che la tv italiana non mi piace più di tanto, alcuni amici mi hanno lanciato una sfida. Se ne sai così tanto, perché non ci fai vedere cosa sai fare? Mi scocciava ignorare la sfida . Ci pensavo. Mi chiedevo cosa avrebbero voluto vedere in tv.
Con un regista geniale come Andrea Salvadore (coautore del programma), che ha fatto tra l’altro L’elmo di Scipio e una casa di produzione solida come la Palomar ( per intenderci quella di Montalbano), abbiamo messo insieme un’idea che mi convinceva: Passare ventiquattr’ore con ventiquattro tra gli imprenditori, padroni e uomini ricchi tra i più interessanti della penisola. Non per fare salamelecchi, non in stile “vippissimi” come farebbe Mediaset: ma neanche per fare critiche trotskiste, tipo “tutti i ricchi sono malvagi capitalisti” . E non volevo fare il protagonista. Volevo solo porre domande schiette e ascoltare le risposte.Domande tipo: come va l’economia? Che ne pensa del governo Berlusconi? Come se la vede con i sindacati? Quanto guadagna?
Cosa mi dice del ruolo delle banche in Italia?E della burocrazia? Lei vota a sinistra o a destra?
Dove vive? Come vive? Quali consigli darebbe ad un giovane imprenditore? Quali errori ha commesso nella vita?
La lista notevole : Da Edoardo Garrone (Erg e Sampdoria) alla famiglia Panini(figurine); da Lapo Elkann(Fiat) a Paolo Bolici (robustissima azienda omonima di barche e alberghi);Adriano Rodella ( gruppo Pompea) a Beatrice Trussardi; Francesco Amadori a Gianni Campagna (grande sarto di Milano); Donato Lombardi (amministratore unico della Presider di Avezzano leader inEuropa nella pre-lavorazione di travi in acciaio) ad Alberto Bombassei ( vice presidente della Confindustria e presidente della Brembo azienda che produce e progetta sistemi frenanti per auto, anche per la ferrari) .
Questa è gente che di solito non parla, che non appare in tv. Le risposte, ovviamente, sono state varie e affascinanti.”(www.didaweb.net/fuoriregistro).
Ricchi d’Italia: ZOOM 100%
Puntata del 26/09/2004
Quattro puntate di cinquanta minuti ciascuna su Rai3
Nella prima puntata andata in onda il 26 Settembre 2004 alle ore 23:35 Tobia Jones ha illustrato:
1) L’industria alimentare con Francesco Amadori .
2) Lo scenario dell’automobile italiana con Lapo Elkann, responsabile della promozione di tutti i marchi Fiat auto.
3) La vita familiare di Edoardo Garrone presidente dell’ERG, il principale gruppo italiano nel settore del petrolio.
4) I parrucchieri stilisti con Salvo Filetti e Renato Gervasi creatori del Franchising Compagnia della Bellezza.
Dal punto di vista tecnico il format è stato suddiviso in tranche de viè , pezzi di vita, da dodici minuti ciascuno, nei quali il conduttore a messo a “nudo “ i pregi e difetti dell’essere parte attiva in una economia nazionale.
Particolarità da non sottovalutare, è stata a mio avviso la scelta dell’intervista preparata.
Non si è trattato del classico intrattenimento culturale svoltosi all’interno di uno studio televisivo, ma si è intenzionalmente dato senso di percezione umana allo spettatore, nello svolgere
l’ intervista nei luoghi dove normalmente questi personaggi vivono e lavorano.
Anche la scelta di regia è stata accuratamente preparata. Ogni spaccato di vita dei personaggi è stato attentamente studiato per dare specchio riflesso ad una realtà in fondo non così
lontana. Mi riferisco all’intervista fatta con Francesco Amadori , agli stacchi di ripresa dei luoghi dove l’imprenditore è nato , alle inquadrature della sua abitazione , ai ricordi della sua gioventù ai capannoni della sua industria tirata su con molto sacrificio e forza di volontà.
Abilità proprie di un ottimo direttore della fotografia che ha tradotto le parti scritte di un probabile copione, in immagini formidabili d’inquadrature. Così come un plauso merita il tecnico dell’illuminazione all’intervista confortevole (su una poltrona di pelle chiara) fatta con Lapo Elkann. Ebbene la scelta di luce è stata adatta ad ogni situazione nata dalle domande e risposte dei due protagonisti: Jones ed Elkann.
Giochi sottili impercettibili all’occhio nudo dello spettatore ma che chiaramente attraggono, incuriosiscono e affascinano l’italiano medio ,quello del budge delle otto di mattina in ufficio.
Andrea Salvadore ha utilizzato molti stacchi di campo ,dando la sensazione di spazio per marcare la lunga strada fatta da persone come Garrone e i suoi avi nel possedere e realizzare la fortuna di una famiglia di petrolieri. Nell’intervista realizzata all’interno della proprietà di Edoardo Garrone alla presenza della moglie e dei figli, sotto un gazebo indiano posizionato al centro di una distesa immensa di verde, lunghi cambi di ripresa hanno abbracciato la figura umana del petroliere.
E’ stato, spesso inquadrato con il Dolly (camera semovibile che permette di spostarsi dal basso fino ad alcuni metri di altezza e può cambiare velocemente angolatura di presa )durante le passeggiate con il conduttore.
Panoramiche e carrellate di inquadrature comunque sono state utilizzate in quasi tutte e quattro le puntate proprio perchè dovevano essere la cornice ai testi scritti e preparati dal cronista che a braccio, in un italiano non perfetto, spingeva l’intervistato a mostrare eventuali perplessità sulla economia italiana attuale, sulla politica di governo e sui rapporti coi sindacati .
Invece, molte riprese frontali, primi piani, andavano a caratterizzare il lato dell’intervista basato sulla vita privata dei “ricchi”. Dalle questioni personali all’amore , alla capacità di aver fatto fortuna, ai sacrifici, alla costanza nel mantenere un particolare tenore di vita.
In ultimo l’utilizzo della camera-car che ha introdotto l’inizio dell’intervista fatta a Gervasi e Filetti creatori della Compagnia della Bellezza. Questi dodici minuti sono stati aperti con un viaggio in macchina, mentre si parlava della possibilità di dare stimolo alle proprie qualità personali, creative e ricercare dentro di sé gli stimoli per realizzarsi nella vita di tutti i giorni. Un viaggio partito dalle radici di Filetti e Gervasi e giunto subito poco sul posto di lavoro. Un vero e proprio styling.
Come dire se a volte nella vita sei al posto giusto e al momento giusto, con una buona idea, il salto è breve anche se allo stesso tempo rischioso. Quindi preoccupazioni nello stare sempre al vertice.
E’ chiaro che tali osservazioni sono del tutto personali attente ad associare tecniche televisive a contenuti giornalistici. Un analisi la mia, nata dal fatto che Tobia Jones comunque si è reso,a volte, invisibile fisicamente, ma prepotentemente presente nei lunghi monologhi dei personaggi. Chiara era l’astuzia nel far parlare il ricco di turno spostando l’attenzione su questioni molto importanti e mai evidenziate in altre trasmissione del genere.
Secondo me l’intento di tale format è stato quello di trasmettere un messaggio ben esplicito: non sempre la fortuna va di pari passo con la possibilità di godersela.
I soldi portano altri soldi, le industrie vanno seguite, gli impegni onorati, le responsabilità altre responsabilità, onori e oneri.
Il tempo libero molti di loro non sanno neanche cos’è (http://www.ilariaalpi.it/ /Osservatorio sull’informazione /Ricchi d’Italia brava gente/G.Tonelli)
Sembrano degli stacanovisti pignoli inglesi.
“L’occhio del padrone ingrassa il cavallo”, “In tre giorni non si diventa maestri”, “Alleva i tuoi figli poveretti se li vuoi ricchi e benedetti”, “ Chi mangia fa molliche”: questi e altri i proverbi scelti dai più importanti imprenditori e manager del nostro paese per spiegare la propria filosofia di vita.
Ricchi d’Italia nelle altre puntate ha raccontato in un viaggio appassionato da nord a sud del paese, le barche, le piscine, discoteche dei padroni d’Italia. Ma è anche entrato nelle fabbriche ha girato tra gli operai e le segretarie, i figli, mariti e mogli, consegnandoci una fotografia poco vista dell’attività industriale italiana a partire dai suoi vertici, dai più noti ai più sconosciuti, come il re della carne il conte Tasca d’Almerita che non aspettava altro.
Ricchi d’Italia è stato un documentario di alta qualità in tutti i sensi, serio e divertente in cui si sono mischiati discorsi finanziari con storie umane. Si è tentato di interrogare e sentire gli industriali,
dal petrolio all’acciaio, dal calcio alla moda, dal cibo all’editoria, per capire meglio che cosa accade nella nostra economia. Il tentativo è riuscito.
I servizi, i programmi, dicono tutti delle cose, il problema però dipende dal punto di vista con cui sono proposti. E’ questo che fa la differenza.
Viaggio nel Passato
Tornando indietro nel tempo ci si accorge che format del genere sono già stati realizzati dalla televisione italiana. E’ piacevole ricordare il programma televisivo di attualità (dal 18 Giugno 1974, martedì ore 21.40, Programma nazionale) A CARTE SCOPERTE di Alberto Luna e ideato da Carlo Ponti , Vigorelli, Cesare Garboli e Zucconi. La regia era affidata a Mario Soldati e Nelo Risi.
Il programma A CARTE SCOPERTE proponeva cinque incontri diversi con personalità di rilievo attive in diversi campi, dalla politica nazionale e internazionale all’economia e alla vita culturale .
La differenza in Ricchi d’Italia sta nel fatto che gli intervistati sono tutti di casa nostra.
Le similitudini invece risiedono nella tecnica di intervista.
In tutte e due i programmi i casi sono semplici e informali conversazioni, per esplorare il lato nascosto e inedito del personaggio. Offrono entrambi un ritratto, il più possibile vicino al vero.
Per quanto riguarda A CARTE SCOPERTE merita di essere ricordata la prima puntata, dedicata a Hailè Selassiè, imperatore d’Abissinia. Nonostante le domande fossero state concordate, dall’intervista emergeva il profilo di un uomo insensibile alle istanze sociali del suo paese e alle richieste di democrazia.( Enciclopedia della televisione Italiana a cura di Aldo Grasso)
Come dire: se un programma ha successo non è solo per la bravura di chi ci sta dietro.
Questo per me è il vero reality.
Conclusioni
Dal forum on line della Rizzoli ho letto che, per quanto concerne il programma realizzato da Tobia Jones, la scelta dei personaggi è stata abbastanza semplice.
All’inizio volevano avere tanti imprenditori di settori diversi e quindi per un mese in redazione avevano chiamato i leader di ogni settore . Cercavano quelli più interessanti , nient’altro. La cosa impressionante è che su ventisei imprenditori , solamente uno ha rifiutato l’invito per motivi personali. Pensavano di doverne contattare a centinaia per fare il programma ed invece i primi hanno tutti detto di sì. E’ normale che accettassero simili inviti, soprattutto se il tutto sarebbe stato concordato con gli addetti all’immagine degli industriali. Ma allora dov’è la novità?
Penso che risieda nel fatto che Tobia Jones per la prima volta, si è trovato a non fare il giornalista con taccuino e penna pronto a smascherare allucinanti confessioni di mal affari o business truccati, riuscendo con maestria a porre domande scomode che però, non sempre hanno avuto giusta risposta.
La linea ufficiale è stata caratterizzata dallo scopo di far capire alla gente che comunque viviamo un periodo particolare dell’attuale situazione economica nazionale, dove anche coloro che tirano le fila hanno difficoltà nel far conciliare interessi privati con quelli generali di una società.
Fortunatamente non siamo ciechi, anche se le notizie spesso sono manipolate, tutti noi ci rendiamo conto che è dura arrivare a fine mese sia per l’operaio, per la segretaria che per l’impiegato.
Non ci voleva Ricchi d’Italia per questo. Penso che il programma sia nato anche dal fatto che per quanto nella vita c’è gente che va in crociera, gente che semplicemente nuota e qualcuno annega sicuramente c’è gente che pagherebbe milioni e milioni per avere un pò di tempo libero, e questo purtroppo gli industriali non lo possono comprare. In un certo senso Tobia Jones si è rivelato molto italiano.
La sua passione per il nostro bel paese l’ha tradito, come dire sono pochi i ricchi che possono godere di tempo libero e godersi le fortune accumulate. Meglio due cuori e una capanna, almeno si ha il tempo di respirare all’aria aperta anche se con qualche pensiero di troppo. Ma chi non li ha?
Per fortuna non siamo tutti calciatori, anche se tutti sogniamo la speranza di avere più soldi addirittura senza sudare troppo.
La cosa buffa e rincuorante è che sembriamo perennemente destinati al naufragio, ma che nessuna costa rocciosa sia davvero disposta a sfracellarci.
Noi italiani continueremo imperterriti a navigare, facendo acqua da tutte le parti, aspettando forse un capitano saggio che ci guidi in porto o chissà, un altro trionfo dei pirati senza vergogna che stanno già depredando tutto il possibile.
Caro Tobia sei bravo e coraggioso per aver dato un buon servizio pubblico ma confessa di esser diventato a tutti gli effetti italiano.
Il che non è una colpa anzi. Mi auguro che documentari simili siano in futuro realizzati anche per fotografare l’attuale situazione universitaria italiana. Con l’esperienza accumulata fino ad oggi, mi piacerebbe un giorno poter essere io l’artefice.
Riziero Di Pietro - COMUNICATORE -market manager
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